LA NEWSLETTER DI MICHIL

IL LUSSO DI TORNARE

Viviamo un'epoca innamorata della prima volta, delle nuove destinazioni, dei luoghi da collezionare. Ma conoscere un posto significa tornare: vedere la stessa montagna sotto la neve e durante il disgelo, riconoscere un profumo, una voce che ci riconosce. C'è un lusso che nessun progetto può costruire in pochi mesi: quello della continuità, della memoria, dell'essere aspettati.


Ci sono luoghi nei quali arriviamo e luoghi nei quali, a un certo punto della nostra vita, torniamo. La differenza non è nel numero delle visite: quando torniamo in luogo, in una strada che abbiamo percorso molti anni prima, insieme a noi torna la memoria di ciò che eravamo un tempo, e può bastare spostare lo sguardo, cercare un albero che ricordavamo in giardino per comprendere quanto tempo sia trascorso senza bisogno di consultare un calendario.
Ottobre è arrivato e con lui l’autunno.
Viviamo un’epoca affascinata dalla prima volta, dalle nuove destinazioni, dai ristoranti appena aperti e dai luoghi da aggiungere al proprio atlante. Pare che il viaggio acquisti valore attraverso ciò che manca alla nostra collezione. Questa corsa continua verso ciò che non conosciamo ci fa attraversare moltissimi posti dedicando a ciascuno un tempo troppo breve per diventare parte di noi, perché conoscere significa vedere la stessa montagna sotto la neve e durante il disgelo, riconoscere un profumo che ritorna, accorgersi che la luce di settembre scende sui prati in maniera diversa da quella di giugno.
L’autunno è arrivato e con lui il fresco pungente della sera.
Tiziano Terzani, in Un indovino mi disse, scrive che «Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare», e mi sembra una bellissima definizione del rapporto che speriamo di costruire con un luogo, perché una miniera rivela ciò che custodisce soltanto a chi entra, scava, ritorna, dedica tempo, mentre una visita veloce lascia soltanto la superficie, bella quanto vogliamo ma insufficiente a creare la familiarità che nasce lentamente e che finisce per assomigliare all’affetto.
Il fresco pungente della sera profuma di castagne e perfino di mistral in val d’Orcia, odore di neve prima ancora che si vedano i primi fiocchi in montagna.
Anche le nostre Case cambiano, come cambiano le cose vive, e chi ritorna dopo dieci o vent’anni può trovare una nuova sala colazione, una camera che prima non c’era, una persona che porta sul volto il tempo, e magari un’altra che è assente, e proprio in questa mescolanza fra ciò che era e ciò che è, nasce uno degli aspetti più profondi dell’ospitalità, perché sentirsi riconosciuti in un luogo nel quale abbiamo già lasciato qualcosa di noi vale più della perfetta conservazione di ogni dettaglio, che appartiene solo ai quadri.
C’è un lusso che dipende dalla bellezza dei materiali, dallo spazio, dal servizio, dalla cura e da tutto ciò che rende straordinario un soggiorno, e ce n’è un altro che nessun progetto può costruire in pochi mesi, perché ha bisogno di anni, di continuità e di memoria: è il lusso di entrare e sapere già dove cade il sole nel pomeriggio, di ricordare il sapore di una torta mangiata molto tempo prima, di riconoscere una voce e scoprire che quella voce riconosce la nostra. In questi anni nascono nuovi alberghi, nuove destinazioni diventano desiderabili, nuove possibilità ci invitano continuamente ad andare altrove, e dentro questa abbondanza vale la pena custodire anche il valore della continuità, perché non tutto ciò che merita di essere vissuto deve necessariamente essere nuovo e alcune delle cose più preziose acquistano significato proprio quando possiamo ritrovarle.
Ci stiamo preparando, alcune porte si appoggiano, sembrano chiuse.
Il lusso di viaggiare ci porta lontano, quello di tornare ci permette, qualche volta, di sentire che un luogo ci ha aspettati continuando nel frattempo a vivere la propria vita. Che bello pensare che qualcuno ci riconoscerà.
Nessuna porta è mai chiusa davvero, ora è autunno ma domani è di nuovo inverno.
Sarà bello ritrovarsi.
.m