LA NEWSLETTER DI MICHIL
Quando è inverno la quiete ci chiama: forse per le giornate brevi, per lo stare raccolti in casa, magari con una cioccolata. La nuova stagione è avviata e, mentre guardiamo le piste perfette, e rendiamo grazie a chi le tiene così bene, sento diversi rumori. Gli impianti di risalita, gli sciatori, la macchina del caffè che sbuffa in sala colazioni. Il rumore di una notifica di un cellulare, onnipresente.
Quell’aquila che vola in alto, la bellezza del Sassongher del quale ogni volta scorgo un nuovo canale, un masso in bilico, un anfratto che mi era sfuggito, i maestri di sci con le loro divise, tutto ciò fa parte del nostro spazio quotidiano; è tutto paesaggio, quello che si chiama landscape. Ma il soundscape?
Il soundscape in città è un rumore costante, mentre i luoghi che consideriamo silenziosi, come la cima di una montagna o un tratto di Francigena in direzione Radicofani, hanno un loro paesaggio sonoro specifico che cambia, come l’aspetto visivo: cambia secondo le stagioni, il luogo, il giorno, la notte.
Chi vive in città vede nei montanari dei fortunati fruitori di un paesaggio scevro da luci e suoni, in una sorta di mondo idealizzato. Ma anche noi soffriamo di inquinamento acustico e luminoso. Ci sono i rumori delle macchine spalaneve e dei cannoni per la neve artificiale, o ancora dell’elicottero che vola per necessità; questo è il nostro lavoro, di questo viviamo, con questo dobbiamo e possiamo convivere, noi fortunati e privilegiati.
E le troppe luci artificiali presenti anche qui nelle nostre Dolomiti?
Si riesce ad abbassare l’intensità delle bianche luci nel giardinetto davanti alla bella chiesetta di dedicata a Santa Caterina, proprio qui di fronte al nostra Hotel La Perla a Corvara? Sarebbe bello. E non si possono spegnere quei neon abbaglianti, accesi tutta la notte nei paesi?
Una volta ero a Torcello, una bellissima isoletta della Laguna di Venezia, che ha sette residenti, alcune attività commerciali e un’antichissima chiesa. Vedevo Venezia vicina ma lontana e c’era silenzio. Poi un aereo ha rotto l’idillio: chissà dove andava.
E mi faceva quasi strano, lo scorso autunno, sul passo Furcia, uscire sul balcone del nostro Bio Alpine Hotel Gran Fodà e non sentire nulla: non un’auto, non un escursionista. Ho sentito il fischio di un’aquila: era parte del soundscape. Poi un autobus ha rotto quel momento.
Spazio, tempo, silenzio. Un lusso che coincide con i bisogni naturali a cui stiamo consapevolmente rinunciando, certo talvolta costretti.
John Muir, in una lettera alla moglie Louie del luglio 1888, scriveva: “Only by going alone in silence, without baggage, can one truly get into the heart of the wilderness. All other travel is mere dust and hotels and baggage and chatter.” In fondo è questo il senso: non il mito romantico della montagna “muta”, ma la responsabilità concreta di non coprire, con il nostro rumore, ciò che ci basterebbe ascoltare.
Prestare attenzione a cosa ci dicono i suoni può essere fondamentale per accorgerci dei cambiamenti avvenuti in un ambiente, della riduzione della biodiversità, della salute di un territorio e dei benefici o danni che i suoni possono apportare agli esseri viventi che lo abitano. Tendere l’orecchio al paesaggio per captare un segnale di allarme; l’aspetto sonoro può dire molto sullo stato di salute degli ecosistemi, sulle vite che vogliamo, perfino sulla pace che desideriamo.
Non comprendiamo l’invisibile e facciamo fatica ad avere una visione completa tramite l’udito. Il fischio di un’aquila, una slavina che si staccando da un pendio, un velo di ghiaccio che si spacca su un ruscello. Ci sono suoni che misurano decibel negativi, perfettamente udibili da molte specie, ciascuna con una sua soglia di silenzio differente.
Possiamo immaginare un futuro silenzioso? Forse dobbiamo ripensare il nostro impatto sui paesaggi sonori; ripensare i nostri posti turistici tenendo a mente la necessità di contenere l’inquinamento acustico, per il benessere di chi ci visita e di chi qui ci vive. E mi riferisco a tutti gli esseri viventi. Perché il silenzio non si promette, si costruisce con scelte ostinate, con un’educazione coraggiosa, con luci gentili, volumi più bassi, con una diversa idea di “accoglienza”, che non implichi aggiungere sempre qualcosa, ma togliere ciò che impedisce di sentire.
Il vero paesaggio, spesso, non lo vedi: lo ascolti.
E per concludere, un saluto caro con una citazione di Han Kang: “La neve è silenzio che scende dal cielo”.
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